"Dipende da te, come far continuare la tua storia".
Una frase piena di coraggio, di identità, di manifestazione compiuta del vivere esistenziale.
Mi diceva che lo scopo della vita, di questa vita consiste nel soffrire il meno possibile. Lo diceva proprio lui che veniva da una terra di conflitti, sofferenze, atrocità, al confine con la Giordania.
E così il vivere appariva essere una compensazione, un bilanciamento di interessi che corre sulle note del dolore in vista del perseguimento di quello scopo, quel fine, quell'utilità che attribuisce un senso al vivere, che gli dà significato, quella causa e quel fine, forse, del vivere stesso. C'erano pause cadenzate nel suo discorrere, mi guardava con fierezza, si raccomandava di prendermi cura della mia esistenza.Proprio io che avevo perso il senso del vivere. Leggevo la saggezza, in quegli occhi, la tristezza di tante storie, le raccomandazioni di un padre premuroso, i colori di quella terra, così dorati, così intensi e provocatori.
Senza esercitare troppo controllo sul mio corpo, dovevo imparare a viverlo. Dovevo imparare il senso dell'accettazione, delle scariche di adrenalina, di tutto questo e di quanto altro servisse a capire una cosa, semplicissima. Che il tempo giocava un ruolo incredibilmente fondamentale. Che quel banalissimo scorrere di quella cosa così impalpabile, così riflessa nel vivere, rappresentata dal vivere stesso ne scandiva l'importanza. Che ogni cosa aveva una durata. Un inizio e una fine. Incontrollabile. Era il tutto senza il quale nulla veniva ad essere. Nulla veniva a comporsi e tutto poteva accadere, così lentamente, per il semplice essere. Così puro. Così spontaneamente, respirando, scandivo il tempo, esistevo e per ciò stesso, ero. E c'ero. E dovevo colmarmi di un immenso senso di gratitudine universale per quanto accadeva. E dei no, e della diplomazia, e delle vertigini, delle burrasche esistenziali, della fuga da prigioni immaginarie, dei pensieri appena convalescenti, di quel senso di morte e solitudine imminente che pervadeva le radici del mio stesso essere, per questo dovevo vivere. Perchè questo è il mio mondo e la mia rappresentazione. E nell'interpretazione delle crisi coronariche, delle sincopi motivazionali, dei tremori, del monte Athos, del raggiungere mete improponibili che si giocava la partita. Io e me, io fra me e me, io con il mio tempo, le mie scariche, le lune storte, le notti, le albe, le colazioni a letto, i ritmi, i percorsi, la noia, questo quello, le ossessioni, e i disturbi paranoidi, e il panico, la paura, e il cambiare posizione, e la psicoterapia cognitivo comportamentale, e gli accidenti, e il diario motivazionale, il diario motivazionale, il diario motivazionale, e il pensiero, e il sintomo e l'interpretazione. Erano tutti dentro di me. Erano me e ne formavano un prezioso valore.

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